MEDICINA NARRATIVA

La medicina narrativa

17:15 03 Novembre in Blog, I Gruppi Balint, Medicina narrativa
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Un medico si racconta

Quella testa a forma di scatola

Ho scelto di fare il medico per una serie di considerazioni legate anche al periodo storico in cui vivevo. Durante l’ultimo anno del Liceo classico cominciai a pensare a che cosa scegliere all’Università. Non materie letterarie, non ne potevo più, Greco, Latino basta! Non avevo fatto che cambiare professori, con metodi di insegnamento diversi l’uno dall’altro. Mi ero appassionata, invece, alle materie scientifiche in particolare Biologia. Avrei scelto quella se il mio cuore femminista, le lotte per l’emancipazione, l’eredità del‘ 68 non avessero fatto nascere in me la voglia di scegliere una facoltà che mi permettesse di fare un lavoro allora considerato prevalentemente maschile, il medico.

Questa voglia fu alimentata anche dai consigli di un endocrinologo, a cui mi ero rivolta, che mi stimolò a scegliere Medicina per poi eventualmente cambiare, se non mi fossi trovata bene. E così fu. Non andai neppure prima a vedere “ i cadaveri” ad Anatomia Patologica, come facevano alcuni, per sapere se riuscivo a sopportarne la vista.

Andai dritta ad iscrivermi a Medicina. Quando entrai nell’androne della facoltà mi inquietarono un po’ le immagini dipinte sul muro , ora scomparse, di una serie di teste dello stesso ragazzo. La prima testa era normale, rotonda, poi, man mano che gli anni universitari, indicati da un numero, trascorrevano, somigliava sempre di più ad un contenitore. L’ultima testa si era trasformata in una scatola piena di nozioni, in un robot. Non avrei mai voluto sentirmi così. Quel disegno mi aveva colpito ed è rimasto oggi, così come allora, impresso nella mia memoria.

Mi aspettavo di trovare un ambiente piuttosto chiuso, abituata com’ero alle rigide regole del Liceo classico, ed invece mi sentii rinascere . Mi piaceva lo studio, i compagni di Università, la libertà di poter scegliere se andare a lezione o no. Le materie mi interessavano e ci andavo per scelta.

Così gli anni passarono e, dopo la classica crisi del IV anno, che prese un po’ a tutti i miei compagni di corso, nella quale ti sentivi addosso tutte le malattie che stavi cominciando a studiare nelle Patologie con un gran voglia di scappare o di ricoverarti all’Ospedale , arrivai all’ultimo anno tra tirocini, esami e quadri allucinati, stile Van Gogh, che avevo iniziato a dipingere per sentirmi viva. Il mio primo contatto con il paziente fu durante il tirocinio del quinto anno. Riempivo cartelle, facendo anamnesi e prime visite. Mi sedevo accanto al letto, facevo domande, ricevevo risposte ed ascoltavo. Mi ricordo di un paziente che aveva cominciato a raccontarmi la sua vita e le sue ansie. Tutte le volte che mi vedeva mi chiamava per parlare. A volte cercavo di non entrare nella sua stanza perché sapevo che ne sarei uscita con difficoltà. Non sapevo bene neanche cosa dire o fare ma lo vedevo più rilassato dopo aver parlato. Mi sentivo più serena anch’io, contenta di averlo potuto aiutare in qualche modo. Uno di quei pazienti si iscrisse subito con me quando presi la convenzione in Medicina Generale. Ho imparato così, sul campo, che, oltre a conoscere patologie e terapie, importante è anche tener ben presenti gli aspetti psicologici ed umani , sia del paziente che del medico, che non è solo un tecnico ma una persona. Scelsi psicologia clinica, tra gli esami complementari, e cominciai a dedicarmi allo studio della psicosomatica. Non mi interessavano solo i pezzi di un corpo umano e conoscere il modo di aggiustarli e neanche andare al numero 25 o 4 o 12 per fare l’anamnesi ma anche sapere che avrei parlato con Paolo, Francesca e Raffaele. Quando mi sono laureata, con una tesi in endocrinologia, ero indecisa se fare la specializzazione in psichiatria o in endocrinologia. Non mi piaceva, però, occuparmi solo della mente con le relative patologie . Si trattava, di nuovo, di una scissione tra mente e corpo mentre, dalla psiconeuroimmunoendocrinologia, sapevo che l’una influenzava l’altro e viceversa.

Feci l’esame per entrare in Endocrinologia ma non entrai quell’anno ma l’anno dopo. Nel frattempo feci guardie mediche, turistiche, sostituzioni, medico su ambulanza. Anni pieni, nuove conoscenze ed esperienze. Dall’esame esterno del cadavere, di fronte al procuratore, dopo un incidente stradale e dopo aver aspettato per ben due ore sull’asfalto ad aspettare disposizioni , al trattamento dello scompenso cardiaco e dell’asma, all’assistenza di un paziente che aveva chiamato urgentemente alle quattro di notte “per parlare “ come mi disse quando arrivai trafelata. Trattarlo male e venir via? Era così disperato che non potei fare altro che sedermi accanto al letto e ascoltarlo. Non fu necessario alcun farmaco. Fare il medico di famiglia non è stata la mia scelta iniziale, mi ci sono trovata per caso, perché si era liberato un posto in una zona carente e volevo lavorare. Mi torna in mente il mio medico di famiglia. Era lungo, lungo e magro magro, ti guardava, con i suoi occhi chiari, da sopra due occhialini rotondi che gli scendevano giù, sulla punta del naso. Chissà, forse è per questo che la sua voce diventava nasale, quando parlava. Faceva aprire la porta dell’ambulatorio, che era una parte dell’appartamento in cui abitava, dalla moglie. Così le persone che aspettavano, sedute per le scale, potevano entrare a riempire una piccolissima stanza di attesa quadrata, attigua all’ingresso dove la moglie del medico, seduta ad una piccola scrivania, finiva di completare le ricette che il marito aveva scritto.

Quando entravi nella stanza dell’ambulatorio il dottore ti aspettava seduto alla scrivania e ti chiedeva che cosa avessi. Raramente si alzava per visitarti ma, quando lo faceva, la sua figura allampanata, avvolta dal camice bianco, un po’ sgualcito, ti sovrastava ed incuteva un non so che di timore reverenziale. Poi andava all’armadietto pieno di medicine e tirava fuori una scatoletta colorata, che ti dava, dicendoti con voce nasale la posologia, oppure, con la sua penna stilografica, vergava il nome del farmaco sulla ricetta che poi la moglie avrebbe completato con il tuo nome. Niente computer o altro se non un lettino bianco in un angolo della stanza.   Allora non mi piaceva l’idea di fare il medico così eppure ora, al pensiero, mi ricordo con affetto di Lui, del Dottore che, con pochi strumenti e poche parole ti faceva stare meglio . All’inizio mi sarebbe piaciuto l’Ospedale, la corsia, fare ricerca ma, quando entrai nella specializzazione, mi resi meglio conto delle gerarchie, degli orari e regole da rispettare, dei turni non retribuiti , delle maggiori difficoltà che una donna aveva nel fare carriera. Per fare ricerca sarei dovuta andare all’estero ma, figlia unica, non mi sentivo di lasciare i genitori e andarmene via. Poi volevo lavorare e non solo fare il galoppino da una stanza all’altra dell’Ospedale. Così mi buttai nelle sostituzioni e, quando fu possibile, presi la convenzione in Medicina Generale.

Almeno sarei stata io il primario di me stessa ed avrei avuto la libertà di stabilire i miei orari , anche con le imposizioni dell’ allora Consorzio Socio Sanitario. Era il 1982. L’immagine di quella testa, nell’androne della facoltà, rimasta nitida nella memoria, mi ha stimolato a superare i confini delle mie conoscenze, dedicandomi anche allo studio delle medicine complementari, come la fitoterapia, e della scrittura. Sia durante il periodo universitario che dopo, ho letto libri di vari autori che parlano dell’importanza della relazione, come Balint, Luban Plozza, Pozzi, e sperimentato la scrittura come cura di sé, leggendo Duccio Demetrio e Lucia Zannini. Cerco anche di conoscere meglio la Medicina narrativa, frequentando corsi e Master, una medicina narrative-based che si propone, come obiettivo, quello di costruire con il paziente “ una buona storia di malattia” e non solo ascoltare la sua storia di malattia. Integrare così la mia esperienza di conduttrice di Gruppi Balint con quella delle Medical humanities. Sto imparando che non si finisce mai di imparare e “ che gli esami non finiscono mai” come diceva il bravo Edoardo De Filippo.

Nel corso degli anni, i tempi sono cambiati e così anche la Medicina Generale, vecchie linee guida sostituite da nuove, nuovi farmaci, nuove patologie, strumenti diagnostici migliorati ma rimangono gli stessi bisogni: risolvere al più presto i problemi di salute ma anche sentirsi accuditi da una persona di fiducia che accompagna nel percorso di malattia, con la quale poter parlare liberamente, sapendo di essere ascoltati senza essere giudicati. Nella mia professione ho trovato colleghi ed anche altri operatori sanitari con i quali ho condiviso e continuerò a condividere non solo aspetti clinici ma anche relazionali. Ho cercato, nei vari anni, di fare una medicina a tutto tondo, olistica, e di essere una terapeuta che fa anamnesi, visita e dà terapie ma che è anche disponibile ad ascoltare e capire il vissuto di malattia del paziente per meglio aiutarlo. Nel mio percorso professionale ho conosciuto tante persone, tante storie ed ho accompagnato qualcuno alla morte.

Questa è la parte più difficile. Mi ricordo in particolare di un paziente, Pietro. Non veniva quasi mai. Un giorno lo vidi arrivare, pallido. Mi disse che digeriva male. Gli palpai l’addome e sentii subito una massa anomala. Gli programmai degli esami: malattia neoplastica con metastasi. Inoperabile così come inutile una chemioterapia. L’ultima volta che l’ho visto era a casa sua, dopo circa tre mesi dalla diagnosi. Tutte le volte che andavo a trovarlo non voleva che salissi in camera. Scendeva lui e mi faceva accomodare in salotto dove troneggiava una libreria piena di volumi. Così anche l’ultima volta. Lo vidi scendere, con passo barcollante, dalle scale buie, mi fece accomodare su una poltrona e mi offrì da bere. “ Ti fai congetture, idee, sogni e poi tutto finisce in un lampo come questa lattina di aranciata”- Lo disse in tono pacato e rassegnato. Ho provato una sensazione di smarrimento. Quali parole dire? Che fare? Gli ho preso la mano e non ho detto niente. Siamo stati lì a bere dell’aranciata e lui mi ha parlato dell’ultimo libro che stava leggendo. Era l’ultima visita di quel pomeriggio . Ed era venerdì. Lunedì è morto, durante la notte.

I miei punti di riferimento oggi, nel mio percorso professionale, sono quelli che, nel corso di vari anni, mi hanno aiutato a proseguire in questa mia attività: onestà e rispetto verso gli altri e verso me stessa, fare del proprio meglio pur nella consapevolezza di poter sbagliare e di non poter sapere né fare tutto, coltivare la passione e la curiosità di conoscere cose nuove. Fare il Medico di Medicina Generale con gli alti, bassi, la fatica, le delusioni, le soddisfazioni, le cattive e buone relazioni,          i sogni infranti e quelli realizzati.

Dottoressa Grazia Chiarini

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