Come l’antropologia evolutiva può aiutarci a capire la nostra società

16:00 26 Settembre in Senza categoria
0 Comments

Riflessioni tra natura e cultura. Come l’antropologia evolutiva può aiutarci a capire la nostra società.

(Dr. Mario G.Santini)

 

Premessa

 

Le riflessioni che seguono sono fatte con l’intenzione di essere le più aderenti possibili a un’impostazione scientifica. Riassumono ipotesi credibili, validate e in attesa di validazione, frutto di ragionamenti corretti e del supporto di dati empirici, di osservazioni, studi psicologici e antropologici. L’essere esposti in uno schema discorsivo e narrativo non invalida l’attendibilità scientifica.

L’uomo è un primate e come tale ha le caratteristiche dell’“animale sociale”.

Ma è anche un animale che possiede una cultura, cioè un sistema di regole, di comportamenti da lui stesso creato, utilizzando lo specifico della sua capacità di astrazione e di simbolizzazione. Ci proponiamo di esaminare la continuità o discontinuità del rapporto tra uomo e primati, cioè esaminare e discutere sull’origine biologica della cultura umana e, come questi due livelli si organizzino oggi.

Avanzeremo delle l’ipotesi scientificamente credibili, con quel margine di dubbio e di verificabilità che caratterizza il pensiero scientifico.
L’uomo è il risultato di un lungo processo evolutivo caratterizzato, in modo non lineare, da una progressione in capacità adattiva regolata dalla selezione naturale e che procede per tentativi errori e deviazioni. Individui e gruppi che riescono a sopravvivere alla selezione possono trasmettere, per via genetica ed epigenetica, le capacità necessarie selezionate. Durante l’evoluzione di “homo sapiens” si sono espresse competenze adattive specifiche che hanno poi determinato l’inizio di un nuovo processo evolutivo rappresentato dalla “cultura”, frutto dell’attività umana, che ha innescato un nuovo processo di cambiamento che continua a provocare, in modi diversi, l’evoluzione dell’uomo.

La natura dell’uomo si esprime quindi attraverso meccanismi biologici e culturali che si organizzano reciprocamente. Il rapporto variabile tra comportamenti innati e comportamenti a valenza culturale, modula da sempre sia i rapporti interindividuali sia i rapporti tra gruppi umani. I comportamenti che si esprimono nella cultura sembrano, anche nella loro creatività, ripetere gli schemi dell’attività biologica tra progressione e regressione.
Semplificando il discorso possiamo affermare, con una certa attendibilità, che l’uomo attuale si comporta ancora, almeno in parte, secondo quei moduli innati presenti alla sua origine (tra 100.000 e 20.000 anni fa); il comportamento varia cioè in rapporto al prevalere di schemi culturali, selezionatisi nella sua storia in rapporto alle necessità ambientali e relazionali. Quando però le varianti culturali si usurano o non soddisfano più le necessità, i pattern naturali originari possono riprendere il sopravvento.

Si tratta di schemi naturali che sono sostanzialmente quelli ereditati dai primati cacciatori raccoglitori.
Cercherò, di seguito, di schematizzare i tratti fondamentali del processo che lega le fasi evolutive precedenti al “cespuglio evolutivo”, attraverso le quali si sono, in un’apparente linearità, selezionati i cambiamenti riassunti poi in “Homo Sapiens”.

Lo strumentario originale, selezionatosi attraverso mutamenti casuali nel percorso evolutivo, è caratterizzato da sistemi funzionali impliciti, legati al favorire la sopravvivenza individuale e di specie, le cui manifestazioni esplicite appartengono alle regole innate che regolano il rapporto tra individuo e gruppo. L’evoluzione “culturale” si innesta e si esprime in questo rapporto, sia nelle strutture sociali e politiche, come anche nelle relazioni intersoggettive nel piccolo gruppo.
Homo sapiens moderno è ancora mosso, come i suoi progenitori, dai rettili ai primati, “da schemi comportamentali innati selezionatisi per vivere” e che attivano i comportamenti primari e relazionali che sottendono anche, potentemente, tutti i comportamenti culturalmente motivati dell’uomo.

 

 

 

 

 

Evoluzione, assetto e impalcatura psichica di base di “Homo sapiens”.

 

A conclusione del lungo processo evolutivo iniziato intorno ai tre milioni di anni fa, in una zona imprecisata dell’Africa, lungo il percorso della Rift Valley, sotto la spinta di un importante cambiamento geologico e climatico e delle conseguenti condizioni ambientali, in un folto gruppo diversificato di primati, si innesco’ il processo di selezione naturale ed evolutiva degli ominidi, fino all’emergere del filum di homo sapiens che circa 200.000 anni fa iniziò a diffondersi fuori dall’Africa, seguendo le vie già parzialmente tracciate dai suoi predecessori (Abilis, Erectus).

In questo lungo processo si sono espressi moduli di funzionamento nervoso, già presenti nella filogenesi, capaci di evoluzione selettiva sotto la spinta della necessità di adattamento vitale; moduli deputati a ottimizzare la sopravvivenza degli individui e della specie, espressa, in modo primario, dal gruppo di convivenza allargato.

Tali sistemi che costituiscono le “motivazioni filogenetiche” innate di base, agiscono ancora attraverso il nostro comportamento adattivo, modulati ed espressi dall’ontogenesi, sostenendo i comportamenti frutto dell’elaborazione culturale collettiva.

Un modo per descriverli sta nel recuperare la definizione psicobiologica di “Sistemi Motivazionali” che linguisticamente e concettualmente sostituisce le vecchie definizioni, ormai riduttive, d’istinto e di pulsione.

Questi sistemi innati si organizzano in modo “gerarchico” e il loro effetto è di favorire la sopravvivenza sia dei singoli individui sia della specie. Sono quindi alla base di ogni comportamento “relazionale” sia intersoggettivo che gruppale. Sono espressione della natura di “animale sociale” dell’uomo che vive attraverso uno stretto legame di reciprocità tra sopravvivenza e affermazione dell’individuo e sopravvivenza e affermazione del gruppo.

La selezione naturale, infatti, sembra realizzarsi sia a livello individuale che di gruppo.

Schematizzando, tali sistemi possono essere così descritti attraverso la gerarchia funzionale in cui si esprimono nella filogenesi e si modificano nell’ontogenesi.

Alla base primaria di tutto stanno tre schemi comportamentali fondamentali di base, su cui poi i Sistemi Motivazionali si fondano:

– una pulsione esplorativa.

– la ricerca di un contatto protettivo

– la ricerca di contatti di gruppo.

Se l’uomo è un animale sociale il suo modo di esserlo non è fisso e stereotipato, ma modellato dall’esperienza , attraverso cambiamenti che possono essere progressivi ma anche regressivi.

La socialità è implicita alla vita, come trama dell’interrelazione che per l’uomo si esprime attraverso l’“intersoggettività”.
Per studiare scientificamente, dalle basi, l’origine e le manifestazioni del comportamento umano è necessario fondarsi sull’etologia generale e comparata che dice che i comportamenti sono geneticamente trasmessi e appresi attraverso meccanismi di rispecchiamento imitativo e riflesso, e sull’etologia umana in cui i comportamenti sono trasmessi e sostenuti dalla ” mimesi, ” la memoria e la plasticità, rinforzata nello specifico delle relazioni di gruppo.
La socialità umana, come tutte le manifestazioni comportamentali dell’uomo ha quindi due origini:
– Una predisposizione naturale, come evoluzione specifica dei processi evolutivi nell’ominazione.

– Una variabilità culturale che modula, modifica e adatta l’espressione delle predisposizioni innate
Un modello evolutivo idoneo a dare un senso generale e profondo ai comportamenti arcaici dell’uomo è ancora il modello del cervello tripartito di McLean: “credibile metafora” dei processi evolutivi che, nella scala dei viventi, ha portato nel tempo al cervello di Homo Sapiens.

La socialità umana richiede l’attivazione di “competenze culturali” che sono successive alla capacità di percepire il rapporto tra sé, gli altri e il mondo, capire, intuire il significato di ciò che accade e prevedere i risultati delle proprie azioni.
Caratteristiche queste che sono un epifenomeno finale nell’evoluzione dell’uomo e si esprimo nell’attività cosciente e nella consapevolezza. Ciò significa passare dal “pensiero operatorio” al “pensiero riflessivo”, dalla conoscenza empirica alla capacità di sintesi, astrazione, teorizzazione e fantasia, con il sostegno modulante dell’attivazione emozionale.

In questo processo sembra quasi che, nel parallelismo con la psicologia dell’età evolutiva, si esprima la legge di Haeckel che indica come l’ontogenesi riassuma la filogenesi. Legge che qui riportiamo esclusivamente come metafora esemplificativa.

 

Le tappe del percorso “evolutivo”.   Come eravamo

 

Operando attraverso un’astrazione strumentale, schematizzando e riducendo possiamo “raccontare” che il cammino che ha portato a Homo Sapiens è iniziato intorno a tre/quattro milioni di anni fa in un modo non lineare tra possibilità, vicoli cechi ed errori, correlato a radicali mutamenti geologici dell’assetto planetario e in modo specifico in Africa.

Mutamenti seguiti da un cambiamento del clima che inaridì l’Africa occidentale con la scomparsa della foresta pluviale sostituita dalla savana. Questi mutamenti costrinsero alcuni primati a lasciare la vita arboricola per utilizzare le risorse a terra. Tutto ciò ipoteticamente attivò in lenta progressione, ancora non lineare, una catena di eventi che è giunta all’emersione circa 300000 anni fa del filum di homo sapiens come ultimo prodotto di questo processo.
È importante ricordare che Homo Sapiens, come i suoi predecessori Habilis e Herectus, mostra l’accentuazione di una competenza migratoria innata, che lo ha portato a diffondersi nel pianeta in un arco di tempo di 100.000 anni.
Schematizzando ancora, superando la non linearità degli eventi, la sequenza evolutiva delle caratteristiche e competenze selezionatesi naturalmente, è ipotizzabile che abbia proceduto attraverso tappe di cambiamento somatico così descrivibili:

– Selezione della visione binoculare, con l’acquisizione del senso di profondità e dei diversi piani del campo percettivo, maggior mobilità della testa sul collo. Capacità utile alla caccia e raccolta, che assicura la possibilità di osservare un orizzonte più vasto, e a distanza ravvicinata, capacità che permette di modulare i movimenti di “brachiazione”nella vita arboricola.

– Pollice e alluce opponibili. Anche questo essenziale per la vita sugli alberi. Cambiamento questo che con l’aquisizione della stazione eretta, ha reso la mano più disponibile a sviluppare movimenti fini, modificazione importante per la costruzione di strumenti.

– Cambiamento della dieta: da vegetariana a parzialmente onnivora, cambiamento dovuto alla lenta scomparsa della foresta pluviale e alla necessità di trascorrere maggior tempo al suolo per cacciare e raccogliere cibo anche da fonti diverse.
– Sviluppo della stazione eretta e della bipedia indotta e rafforzata da diversi vantaggi correlati (campo visivo più vasto, maggior velocità raggiungibile ecc.) Più idonea a vivere sul terreno aperto della foresta di savana.

– Modificazioni anatomiche nell’assetto statico e dinamico del corpo, tra cui la migrazione posteriore del forame occipitale, un diverso innesto dei muscoli del collo e modificazioni dell’assetto del bacino.
– Sviluppo della calotta cranica e quindi più spazio disponibile per lo sviluppo del cervello. La modificazione del bacino probabilmente si accompagnò a difficoltà nel partorire favorendo una prematuranza.
– Maggior fabbisogno di calorie raccolte i minor tempo (l’erbivoro mangia tutto il giorno per raggiungere la quantità di cibo necessaria, il carnivoro introduce molte calorie (proteine e grassi) in ridotte quantità di cibi e in minor tempo e con pause più lunghe.)
– Sviluppo dell’encefalo (grazie alla dieta proteica) che viene maggiormente stimolato dall’esperienza e che si arricchisce di “ comportamenti” esplorativi, di difesa dai predatori, necessari per la sopravvivenza in savana.
– Modificazioni dell’assetto della testa e del collo che hanno favorito lo sviluppo del cervello e che determinano una discesa del complesso laringeo, creando le condizioni che favoriscono l’emissione di suoni più articolati, ricchi di toni e di timbri.
– Modificazioni del bacino e “prematuranza relativa” fanno dell’uomo una “specie neotenica”. A questo riguardo è interessante la definizione di questo fenomeno come “paradosso umano” che esprime il fatto che in rapporto, ad esempio allo scimpanzé, l’uomo mantiene sempre caratteristiche somatiche “fetali”.

E su questa base cresce e si sviluppa.

Per esemplificare le ragioni biologiche della neotenia possiamo ipotizzare che, con la stazione eretta che si fa stabile, il bacino osseo cambia assetto con l’effetto di restrigere la pelvi e conseguentemente il “canale del parto”.

Tutto ciò può aver determinato difficoltà nel parto favorendo la nascita solo di “feti” parzialmente maturi e con la testa elastica. L’immaturità del cervello alla nascita e l’inerzia del feto può aver attivato un maggior accudimento da parte della madre. Il risultato finale sarebbe quello di un cervello che si sviluppa in modo più ricco perché gli stimoli ricevuti, dopo la nascita, sono maggiori di quelli all’interno dell’utero materno.
– La ” neotenia”, quindi, è da considerare il primo, sostanziale motore dell’evoluzione psicologica e infine della socialità umana. Un cervello immaturo alla nascita, arricchisce e diversifica il suo sviluppo, sotto lo stimolo e le esperienze neonatali e infantili, mantenendoa lungo una certa plasticità al cambiamento.
La nascita neotenica di un figlio “inetto” rende però necessario un accudimento diretto e legato alla prossimità con la madre, che si trova fisicamente sovraccaricata dal figlio da allattare e proteggere, parzialmente impedita nelle sue attività. E’ così necessario l’affinamento di una competenza già filogeneticamente selezionato, ossia della “motivazione” all’attaccamento/accudimento. Questa predisposizione innata trova compimento nelle motivazioni dell’intersoggettività che lega il gruppo delle madri e figli, ai maschi del gruppo, cui naturalmente è delegata la caccia e la protezione, tutto ciò è reso possibile e rafforzato dalla competenza dell’intersoggettività nel piccolo gruppo.

La selezione delle caratteristiche su cui si basa la socialità umana è schematicamente riassumibile in queste motivazioni primarie:

– La necessità e la ricerca del cibo, che la “neotenia” lega a lungo alla relazione materna.

– La necessità di un ambiente e relazioni protettive

– La ricerca di occasioni di rapporto tra maschi e femmine.

 

Motivazioni di base soddisfatte dallo stare in gruppo.
È così che nasce ipoteticamente il “gruppo familiare” che tende a riprodursi e ad allargarsi.
È pensabile che il primo gruppo familiare umano non sia stato costituito dalla “triade”; madre figlio, padre, ma piuttosto dalla diade madre figlio e da una comunità intergenerazionale di maschi e femmine madri, senza uno specifico legame paterno. Gruppo caratterizzato da un legame intersoggettivo forte e da una certa differenziazione dei comportamenti, centralizzato sulla sopravvivenza dei cuccioli e delle madri e quindi, sull’organizzazione del gruppo per la sopravvivenza.

In accordo all’osservazione antropologica di popoli ancora oggi vicini allo stato originario, possiamo pensare che, facendo salve le differenze, il primo gruppo umano fosse similmente organizzato come famiglia allargata poligenerazionale con legami interindividuali solidi per empatia parentale, attaccamento e riconoscimento; legami che si fondano su motivazioni di appartenenza al gruppo e di attribuzione reciproca di significato, su comuni scopi e senso.

È ipotizzabile, anche, che fossero aggregazioni paritarie, parzialmente agerarchiche, o a gerarchia funzionale, con una divisione dei compiti in rapporto all’età, come segno di esperienza, di memoria e capacità. Probabilmente la ritualità di alcuni comportamenti era importante mediazione del rapporto col mondo, ritualità che ancora oggi favorisce e rafforza i comportamenti comuni, la coesione e l’identità del gruppo.
Le necessità vitali che impegnavano nel quotidiano, in particolare quelle che come la caccia erano caratterizzate da imprevisti e opportunità da scegliere, avevano bisogno di un funzionamento mentale fondato prevalentemente sull’utilizzo di un “pensiero veloce”, il più idoneo a rispondere ai bisogni immediati e a reazioni rapide come quelle necessarie alla difesa e alla caccia.   Il pensiero analitico e riflessivo, invece, capace di organizzare le strategie di adattamento, evolveva collateralmente in modo complementare.

Il pensiero operatorio regola comportamenti memorizzabili e imitabili, su cui è possibile costruire schemi rigidi di comportamento che possono alimentare un processo associativo, il quale rende stabile e ripetibile il comportamento. Tuttavia è necessaria la funzione “lenta” del pensiero riflessivo e analitico che attraverso astrazione e fantasia, crea quell’organizzazione mentale necessaria per costruire strategie cognitive e pragmatiche per la gestione differita della complessità della realtà.

La funzione “lenta” fornisce spiegazioni accettabili per contenere le incertezze e, di conseguenza, permette di attuare moduli di comportamento trasmissibili attraverso non solo l’imitazione ma anche con “l’insegnamento”
I gruppi erano molto condizionati e legati all’utilizzo delle risorse di un territorio di caccia e raccolta, utilizzo che ne identificava uno spontaneo e naturale possesso. Lo stato di conflitto tra gruppi contigui era correlato a un indice espresso dal rapporto tra il numero dei componenti e le risorse necessarie localizzate nel territorio di vita.

Sostanzialmente sul piano dei vissuti psicologici la vita doveva svolgersi prevalentemente in un tempo vissuto in un presente reale, che ha potuto poi allargarsi con la memoria, la capacità associativa e poi fantastica e astrattiva, stimolata dal rivivere stati e attivazioni emozionali.

La consistenza numerica del primo gruppo umano doveva essere abbastanza limitata nella misura del “gruppo di sopravvivenza” formato da un numero massimo di una o poche decine di individui organizzati in modo che potessero avere assicurato l’approvvigionamento giornaliero del cibo e la protezione. Tutto ciò era la caratteristica di una specie non dominante in cui l’individuo sopravvive solo se collabora in un piccolo gruppo, coeso, sintonico e paritario. Le stesse ragioni biologiche stabilirono forse una precocissima divisione dei compiti riguardo alla protezione dei cuccioli e la protezione del gruppo, partendo dalle differenze innate tra maschi e femmine, tradotte in competenze specifiche. Tutto ciò appare essere confermato dall’osservazione di popolazioni ancora oggi tribali. L’origine di tutto ciò si colloca nell’evoluzione come sviluppo significativo dei legami “neotenici”.

Il gruppo dei maschi si differenzia nella caccia, si muove in un territorio abbastanza vasto e attiva una certa collaborazione, attraverso l’apprendimento degli schemi comportamentali premiati dal successo. Le femmine legate ai cuccioli sono costrette ad una maggiore sedentarietà, alla raccolta ed alla piccola caccia. Si sviluppa così, nella femmina, un comportamento più legato alla relazione diadica col figlio ed alla collaborazione di genere.

Il rapporto tra maschi e femmine aveva verosimilmente, non una forma “familiare” (nata molto più tardi) ma una forma improntata a una promiscuità sia poliginica che poliandrica.

Il cucciolo accudito dalla madre per il periodo dell’allattamento, che terminava con l’educazione all’apprendimento della ricerca e scelta autonoma del cibo, era poi accudito dall’intero gruppo.

Questo meccanismo naturale aveva come effetto anche un controllo della natività nel gruppo. Era evidentemente definita la funzione materna come relazione diadica personale ma non la funzione paterna che rimaneva collettiva. L’incremento demografico era verosimilmente scarso, sia per la bassa fertilità delle femmine, forse legata anche alle carenze nutrizionali, sia ai rischi della maternità con alta mortalità puerperale. Il lungo allattamento, la relativa scarsità di cibo nella comunità.

La necessità di territorio, era dunque condizionata da tre fattori:

– il numero dei componenti il gruppo,

– le risorse/cibo da raccogliere e cacciare

– la dimensione utile del territorio.

A questo riguardo è da specificare che l’approvvigionamento di proteine animali per lungo tempo proveniva dalla predazione secondaria di carcasse di animali cacciati da altri predatori. L’uomo è quindi nato come “spazzino” e per un altro verso, come parassita e commensale naturale portato a vivere tra i suoi rifiuti.

I rapporti all’interno del piccolo gruppo, per le condizioni dell’esistenza, dovevano essere necessariamente paritari e collaborativi, in un equilibrio in cui la collaborazione e condivisione compensava in modo complementare la naturale competizione intersoggettiva.

La presenza di una ritualità, regolatrice della competitività intersoggettiva dei maschi per la conquista delle femmine, garantiva il non indebolimento e la relativa coesione protettiva del gruppo.

La competitività e l’aggressività fra gruppi si determinava forse solo se i territori di caccia venivano in stretto contatto o a coincidere, quando i gruppi, ancora a livello di organizzazione di “banda”, divenivano numerosi in rapporto alle risorse, portando a un disequilibrio tra individui da nutrire e fonti di cibo disponibili. In questa situazione la “guerra tra bande” portava, o all’occupazione di maggiore territorio, alla migrazione di un gruppo o alla morte di un certo numero di individui maschi.

Meccanismi questi che allontanavano la guerra e l’aggressività riportando un relativo e momentaneo equilibrio tra individui e risorse.

Modelli di aggregazione sociale di questo tipo sono simili e omologhi ai modelli di gruppi di scimpanzé, bonobo e gorilla. Differente è l’aggregazione sociale di primati diversamente evoluti come i babbuini, che si organizzano in un gruppo ampio centralizzato gerarchicamente. Diversa pure l’organizzazione degli oranghi che formano legami “familiari” transitori nella fase riproduttiva. Tutti questi diversi modelli di organizzazione si caratterizzano per la centralità di protezione dei cuccioli e delle madri.

Se le risorse erano sufficienti, ciò determinava la prevalenza della collaborazione sulla competizione e la suddivisione fra i componenti del gruppo. Già in questa fase del “paleolitico” si era differenziato nell’uomo, come espressione di un’estrema sopravvivenza, il fenomeno della “pseudospeciazione” descritto da Lorenz. Comportamento etologico presente in molti animali per cui i componenti dei gruppi concorrenti non sono naturalmente considerati conspecifici, con la conseguente caduta del riconoscimento dei legami di sintonia empatica di specie e il prevalere della competizione nei confronti del gruppo concorrente, vissuto come nemico pericoloso e quindi oggetto di aggressione e predazione.

A questo punto possiamo fare un’esemplificazione riferendoci all’etologia di un gruppo di Scimpanze, esemplificazione che spiega perché l’uomo si sente a suo agio in piccoli gruppi chiusi e dimostri una certa riservatezza nei confronti degli estranei al gruppo stesso. Ma anche come e quando può scattare la competitività aggressiva tra gruppi. E’ possibile anche vedere da dove proviene la nostra diffidenza e avversione verso i “diversi “all’interno del gruppo coeso. Il gruppo di scimpanzè che, generalmente compensa bene con la condivisione e l’aiuto reciproco, la naturale competitività, è capace di organizzarsi in modo strutturalmente complesso nelle battute di caccia in cui esprime una divisione di funzioni ed una gerarchia funzionale . Alla presenza di un individuo malformato stabilmente, indipendentemente dalle cause, il gruppo esprime aggressività ed espulsione, contravvenendo ai comportamenti di empatia e accudimento che in altri momenti esprime. La stessa aggressività viene agita contro gli individui che trasgrediscono le regole abituali del gruppo. Questi comportamenti aggressivi si possono modificare con l’apprendimento. Nei riguardi dei gruppi concorrenti il riconoscimento vale fino a che non c’è invasione di spazio o competizione sulle risorse. Se questo avviene scatta il fenomeno della pseuspeciazione che porta a “guerre” anche programmate e strategiche in cui si esprime il massimo della distruttività con uccisioni di adulti e cuccioli e a volte con l’antropofagia.

E’ da notare che nei primati non c’è la percezione della specie come oggetto di relazioni paritarie e di condivisione. Il concetto di autoriconoscimento di specie appartiene alla cultura di Homo Sapiens ed è l’origine dell’organizzazione, sempre mutevole e labile, delle macrostrutture organizzative.

Nell’ uomo alla crescita naturale del gruppo, in assenza del contatto tra conspecifici estranei e concorrenti, l’indice del rapporto tra bisogni e territorio ha portato a tre fenomeni:

– Diversa organizzazione del gruppo che si suddivide temporaneamente in unità di caccia che possono agire in modo indipendente e/o riunirsi anche per la difesa,

– Suddividersi in gruppi che tendono ad assumere un’identità diversa, costituendo minoranze e maggioranze.

– Scissione in due o più gruppi che tendono a separarsi e migrare.

Questo è stato verosimilmente il percorso evolutivo che ha caratterizzato il processo di transizione dal gruppo famiglia alla “banda” e successivamente all’organizzazione tribale. Come osservazione collaterale ma sostanziale è che “homo” nasce, non solo come spazzino inquinatore e parzialmente estraneo agli equilibri spontanei della biodiversità, ma anche come migratore.
Riassumendo possiamo così schematizzare le competenze comportamentali e sociali consolidate nel paleolitico:
– La tendenza esplorativa anche indipendente dalla ricerca di cibo.
– La tendenza all’aggressività finalizzata alla sopravvivenza (caccia e difesa)
– L’accudimento condiviso nel gruppo, differenziato nella cura della prole.
– La catena dei cambiamenti innescata della “neotenia”.
– La divisione funzionale del lavoro sulla base di una deriva neotenica.
– La tendenza a raggrupparsi in piccoli gruppi coesi, funzionali a ottimizzare l’adattamento, gruppi                          che rimangono in un equilibrio paritario anche centralizzando il “potere” su individui con una forte motivazione al “rango sociale”.
– La capacità di capire le intenzioni e i comportamenti degli altri e operare per raggiungere scopi condivisi.
– Il mantenimento e il rafforzamento dei pattern di comportamento attraverso l’incremento dell’attivazione emozionale e lo sviluppo delle capacità simbolizzanti, di astrazione utili a sorreggere la tendenza esplorativa.
Si può ipotizzare che questo processo di sviluppo evolutivo possa aver assicurata una sufficiente stabilità relazionale intersoggettiva e intergruppale, nel rapporto con l’ambiente naturale di vita.

Collateralmente si affina la capacità di individuare, fabbricare e utilizzare strumenti, la cui condivisione e imitazione hanno verosimilmente incrementato l’evoluzione culturale.
La cultura materiale si fa coincidere con tutti i diversi modi di utilizzare la pietra e altri materiali deperibili, tanto da assegnare il nome alle fasi di cambiamento.

Possiamo premettere che tutti questi comportamenti, queste predisposizioni, sono ancora vive, anche se spesso giacenti, nascoste e modulate dalla cultura.

 

Dal “Paleolitico” al “Neolitico”

 

Un ulteriore passo evolutivo si ha con quel fenomeno antropologico che va sotto il nome di “transizione neolitica”, che oltre all’affinamento degli strumenti litici, la scoperta della “ceramica”, porta alla rivoluzione dell’agricoltura e alla domesticazione di animali utili.

Tra le due fasi: paleolitico e neolitico si colloca il mesolitico con una sua cultura propria caratterizzata dal fatto che le bande di uomini si muovevano sul territorio seguendo le migrazioni stagionali degli erbivori cacciabili, in una modalità che assomiglia a quella che sarà la migrazione transumante dei popoli pastori del neolitico.

Anche questi fenomeni sono stati favoriti e stimolati dai cambiamenti geo-climatici innescati dal passaggio progressivo dell’ultima glaciazione che interessava il medio-nord Europa e che aveva favorito lo sviluppo dei Neanderthal, e i mutamenti dei presapiens ma anche di Homo Sapiens arrivato a adattarsi al clima freddo del nord. Cambiamento che determinò, con un clima più caldo, temperato e asciutto, una trasformazione della foresta glaciale e della tundra estendendo la foresta e la savana.

La conseguenza prima fu la diminuzione della fauna da clima freddo e non sufficientemente sostituita da quella di foresta e savana temperata e calda. Questi eventi che hanno attivato nell’uomo la capacità esplorativa e di adattamento, portarono alla scoperta di piante commestibili e che si autoriproducevano, in particolare i cereali nelle loro biodiversità ambientali. Dalla raccolta di quelli spontanei si passò alla coltivazione attiva e parallelamente alla domesticazione di animali utili, non solo perché fornitori di carne: erbivori ovini, caprini, e bovini. Questo processo indusse necessariamente il passaggio dal nomadismo dei cacciatori al nomadismo transumante e poi alla sedentarietà e alla nascita di comunità stabili localizzate in prossimità dei luoghi di coltivazione e di pascolo e, come era avvenuto già nel paleolitico, in prossimità di fonti di approvvigionamento idrico, in questo caso di importanza maggiore per la nuova necessità di irrigazione. Mentre nel Paleolitico il rapporto col territorio era caratterizzato dalla mobilità nel ricercare delle prede da cacciare e dalla sporadica difesa o conquista di confini mobili nell’eventuale incontro con comunità concorrenti, nel neolitico il reperimento delle risorse, svincolato dalla dipendenza assoluta dalla caccia, attraverso l’autonomia nel coltivare, si localizza in luoghi più definiti da utilizzare stabilmente, difendere o conquistare.

E’ in questo processo che prodotti e territorio diventano “merce”.

I gruppi umani sedentarizzati, legati alla stabilità delle risorse e alla stabilità del clima così come alla reperibilità dell’acqua, determinano raggruppamenti più vasti, più coesi ed addensati che si collocano in luoghi i quali si prestano ad essere difesi ed in cui i “cereali”possono essere  meglio conservati, per assicurare cibo non più esclusivamente legato alla necessaria ricerca giornaliera.
Questi cambiamenti, dipendenti da condizioni ambientali, portano profondi e radicali mutamenti comportamentali e nell’assetto sociale. La coltivazione dei campi richiede capacità diverse dalla caccia; la condivisione intersoggettiva del lavoro e la conservazione e distribuzione delle risorse conservabili si organizzano in modo diverso. Si attiva una distinzione di ruolo tra i membri del gruppo, tra chi produce, chi organizza e protegge il raccolto, chi ha l’incarico di proteggere e difendere il gruppo e le risorse vitali. All’interno della cultura agricola il gruppo si raccoglie in villaggi, in proto-città organizzate per la difesa con residenze umane e magazzini, l’organizzazione del lavoro, dei ruoli e delle funzioni si fa più “complessa”.

Il livello naturale di condivisione e competizione si struttura in modo diverso intorno alla “motivazione di rango” che porta all’accentramento del “potere e capacità organizzativa” in rapporto alla suddivisione del lavoro per competenze più stabili e specializzate, rapporti diversi che sono preludio alla divisione in classi. Come passaggio ulteriore, se la terra il cibo e le cose si fanno “merce”, producibile scambiabile rubabile, tale processo favorisce ancora l’emergere del principio della “pseudospeciazione”. Anche l’uomo diventa “merce” che oltre a tutto può produrre lavoro e profitto e quindi alla nascita dello “schiavismo”.
I mutamenti attivatisi in fase neolitica possono essere così schematizzati:
– attivazione del senso di proprietà non più confinato solo agli oggetti d’uso. Si crea la “merce”, “il mercato” che sostituisce il “dono” e lo scambio.

– cambiamento di rapporti sociali intersoggettivi con la differenziazione funzionale che diventa diversità di rango e di potere, mutano le relazioni di “genere”.

– Si sviluppa la divisione in classi e si radicalizzano le differenze di genere.

– Cambia in senso centralizzato, la dimensione magico-religiosa e l’organizzazione dei sistemi di potere.
La cultura materiale, tradizionalmente, si fa coincidere con l’uso più raffinato della pietra, la scoperta progressiva dei metalli e della metallurgia.
Lo svincolarsi del ” pensiero” dagli schemi veloci, intuitivi e riflessi, lascia spazio al pensiero analitico e riflessivo, alle capacità simbolizzanti e di astrazione fantastica che è utilizzata nello spiegare le cose del mondo e dell’uomo e per organizzare e giustificare la sua organizzazione sociale. Il pensiero fantastico e simbolico passa dallo sciamanesimo immanente, a uno schema religioso trascendente.
Il cacciatore paleolitico appartiene alla natura e affida a “sciamani” l’interpretazione di ciò che non è comprensibile perché ono loro che appartengono e hanno contatto col mistero del mondo fenomenico. L’agricoltore allevatore neolitico vede la natura e il mondo come oggetto controllato da principi vitali, tradotti in divinità antropomorfe con le quali avere rapporto, attraverso persone delegate a farlo, per la comunità.
Come abbiamo osservato una distinzione fondamentale tra paleolitico e neolitico, sul piano strutturale, sta nell’incremento demografico e la sedentarizzazione. Questa ultima caratteristica pur rientrando tra gli effetti del mutamento neolitico è ancora una volta il risultato evolutivo di una risposta all’adattamento in rapporto ai mutamenti ambientali, cambiamenti diversi che inducono adattamenti diversi.

Nelle zone a terreno fertile si sviluppò l’agricoltura e quindi la stanzialità prevalente in villaggi e proto-città.  Nell’ambiente più asciutto di savana e steppa, legato al ritmo stagionale delle piogge si sviluppò prevalentemente la pastorizia e, l’ancestrale uso di migrare, rimase motivato dalla ricerca di pascoli. Tutto ciò determinò una diversità “culturale”. Gli agricoltori svilupparono una cultura “matriarcale” e spesso matrilineare, che si rifletteva nella religione della “gran madre terra” e il potere politico si concentrò in Re sacralizzati, mediatori col principio materno femminile della natura, con la funzione di controllare sul piano umano l’accumulo e il controllo delle risorse della terra e “maternamente” distribuirlo, virilmente difenderlo e conquistarlo. Il divino si organizzò su coppie espressione della forze della natura che si presentavano come maschile e femminile, creativo e attivo. Nei gruppi di pastori nomadi la divinità fu espressa prevalentemente da un dio padre del cielo che feconda la terra. Il potere politico si fisso più sul maschile capo e protettore del gruppo, la religione come sviluppo finale della spiritualità sciamanica  indusse mediatori interpreti “profeti”.
Ancora oggi la cultura interpreta la società agricola matriarcale come pacifica e la pastorale patriarcale come violenta ed aggressiva. Verosimilmente, accade anche oggi che la realtà di attività aggressive e predatorie è prevalente nei pastori a cultura patriarcale, dall’altra parte però l’archeologia ci mostra villaggi potentemente fortificati, cosa che non depone per un pacifismo assoluto degli agricoltori originariamente matriarcali. È da considerare poi che all’inizio dell’età storica i due aspetti che hanno il loro fondamento primario nei codici genitoriali vissuti nelle relazioni primarie come espressione del funzionamento del mondo, materno e paterno, si sono poi espressi insieme nelle costruzioni di culture in cui l’asimmetria funzionale era temperata ed espressa in modo complementare e funzionale. Sul piano delle religioni arcaiche la divinità avevano aspetti ambivalenti,  facendo libero riferimento all’induismo la dea Kalì era insieme creatrice e distruttiva come sul versante maschile Vishnu, era dio creatore e distruttore.
L’evoluzione della cultura neolitica, dall’origine in occidente, intorno ai 14000 ani fa, perdura in occidente fino alla scoperta della scrittura, in un periodo intorno 5000 anni fa in cui la “preistoria” s’innesta nella “storia”, in tempi e modi diversi a seconda le zone del pianeta, ma sempre seguendo schemi arcaici di fondo simili o omologhi.

 

Cosa resta e cosa è cambiato oggi. Come siamo

  

In riferimento a quanto è stato detto e per iniziare a considerare a che punto siamo oggi del processo evolutivo possiamo dire che, gran parte degli schemi mentali evoluti e selezionati, appresi e culturalizzati in homo sapiens, idonei all’adattamento vitale per 300000 anni, con il prevalere dell’evoluzione culturale che ha attivato moduli di comportamento mentale, omologhi ma diversi, hanno reso parzialmente inidonei i moduli naturali e innati. Questi ultimi, in un mutamento regolato da nuovi modelli e abitudini, hanno diffuso spontaneamente usi, costumi, regole e norme più utili per “l’uomo moderno”.

I moduli naturali, però, rimangono innati, sopiti e continuano ad agire, modificati adattati e distorti, pronti a riemergere quando la caduta degli schemi culturali li rende nuovamente attivi, ma ormai incongrui nell’adattarsi alla vita mutata anche se non evoluta.
Quando ciò avviene, e avviene non in modo eccezionale, si creano disagio e patologia. Sul piano collettivo e sociale si hanno maladattamenti, conflitti e regressioni antropologiche.
L’aggressività intergruppo è una versione possibile della pseudospeciazione. Il ” mercato” e le sue “regole” illusoriamente interpretate come “culturali”, regrediscono spesso fino ad assumere il valore di regole competitive della sopravvivenza del più adatto. Modernamente quest’ultimo è il più scaltro ed ego-centrato, tende a prevalere attraverso il rendere virtuosi i comportamenti competitivi in rapporto ai collaborativi, sbilancia l’equilibrio naturale umano di sopravvivenza basato sulla complementarietà di competizione e collaborazione verso la condivisione.

Tutto questo si aggrava quando le dinamiche del “mercato”, che rappresentano la trasformazione “culturale” di moduli di sopravvivenza, si trovano ad agire su “oggetti virtuali” “nell’economia finanziaria”, in cui strategie di dominanza e di possesso si trasformano in danaro, che di per sé e nella sua materialità è originariamente simbolico della realtà della merce che appunto lo rende concreto.

Se il denaro non si lega alla consistenza della merce resta un mezzo vuoto che porta ad un dominio concreto. E’ questo un processo distruttivo e non regressivo che porta all’accumulo del debito, all’aumento progressivo del divario sociale e all’impotenza dei più.

Per definire meglio quali modelli psicoetologici siano tanto implementati nella natura umana da riemergere ogni volta che i modelli regolatori evoluti con la “cultura” non reggono più all’adattamento evolutivo, è necessario fissare due punti fermi che permettano una comparazione.
Da una parte riconoscere che, le relazioni intersoggettive e la loro organizzazione è passata da “automatismi” etologici a schemi “culturali”, selezionatisi  nell’uomo, che controlla e manipola la cultura attraverso cambiamenti i quali tendono a svincolarlo dal modo innato di essere, trovando nuovi modi di organizzazione adattiva.
Dall’altra le situazioni da focalizzare sono:
-La struttura e la dinamica del gruppo familiare.
-Le relazioni intersoggettive nel piccolo gruppo poli-familiare.
-Le relazioni intergruppo
-L’organizzazione nei grandi gruppi e le relazioni fra grandi gruppi.
Questi quattro livelli, in una costante dinamica e dialettica tra loro, riassumono lo sviluppo della socialità umana in un processo costante in cui i modelli innati sottendono quelli culturali.
A questo riguardo sembra che Homo Sapiens tenda verso la creazione di validi modelli culturali senza riuscirvi, oscillando tra progressione e regressione, l’illusione dell’uomo moderno è quella di sentirsi svincolato dai meccanismi di selezione evoluzionista.
Alla base profonda di tutto sembra essere costante la necessità alla sopravvivenza nella dialettica dell’interdipendenza tra individuo e gruppo, tra collaborazione e condivisione.
Il concetto di fondo da seguire è che Homo Sapiens è il frutto di un lungo processo evoluzionistico. L’uomo è nella sua origine biologica ed evoluzionistica un “primate cacciatore raccoglitore”.

L’evoluzione naturale lo caratterizza in tutti i suoi modi di essere e le tracce di questa evoluzione sono evidenziabili nel suo corpo fisico, con tracce e residui di “organi vestigiali” e nelle basi comportamentali fondamentali filogenetiche e costanti che agiscono e si modificano nell’ontogenesi. Le caratteristiche del suo encefalo l’hanno fatto creatore di comportamenti che possono anche distaccarsi apparentemente dall’origine motivazionale ed essere espressione esclusiva della sua “cultura” che, sia sul piano individuale sia sul piano della comunità lo hanno portato ad organizzarsi in modo diversificato ma che, mantengono però le caratteristiche intrinseche dell’ evoluzione naturale.

Questo processo indica però una differenza: l’organizzazione di vita naturale e filogenetica, come avviene per tutti i sistemi viventi, è soggetta a una regolazione spontanea, che nei limiti naturali, porta a un “equilibrio” adattivo. D’altra parte gli schemi di organizzazione “culturale” sono soggetti a una diversa modalità di pensiero, apparentemente più libero. Più variabile nelle possibilità, apparentemente più svincolato dai vincoli naturali, più “creativo”, che per mantenere una buona regolazione adattiva, sia nel rapporto intersoggettivo, sia con la natura e il mondo, richiede regole diverse culturalmente formulate.

In ogni caso il sistema di regole con capacità più equilibrate è frutto ancora dell’attivarsi delle motivazioni intersoggettive che regolano naturalmente la vita.

Quando l’equilibrio culturalmente fondato, che mostra una maggior fragilità di auto-mantenimento, entra in crisi per diversi fattori, si innescano meccanismi di regressione che si basano sul riacquistare l’equilibrio, operando una riorganizzazione   più arcaica. In generale la struttura relazionale che si attiva è quella del gruppo originario dei primati cacciatori-raccoglitori a noi filogeneticamente più vicini che è caratterizzata da un gruppo familiare allargato a un numero limitato di membri in cui il “potere” si concentra prevalentemente sull’individuo più adatto e dominante, di solito maschile, che organizza la caccia, la raccolta, la difesa e l’attacco, ma come è già stato detto, tende a interpretare e trattare il rapporto con gli altri gruppi esclusivamente con motivazioni competitive e aggressive, riservando la condivisione, sempre controllata, solo all’interno del gruppo ristretto di appartenenza.

Quando i diversi meccanismi di crisi intervengono sul macro-gruppo, attraverso cause che possono essere variamente classificate, ma che sostanzialmente si riducono al manifestarsi della perdita di equilibrio omeostatico nel rapporto tra individui e risorse, come aumento della popolazione in costanza di territorio o diminuzione delle risorse, divaricazione eccessiva tra risorse e numero di chi ci accede all’interno di un territorio, si innescano dei cambiamenti che tentano di correggere la divaricazione in modo diretto e radicale, riportando un equilibrio.

Sul piano globale se, nelle macrostrutture organizzative come gli stati e le nazioni, che sono strutture derivanti da un’organizzazione “culturale, l’equilibrio si rompe, si attivano ristrutturazioni che possono essere organizzate dal ritorno a schemi arcaici, o a un ridimensionamento degli equilibri interni.

Sul piano sociologico i primi eventi sono la conquista di territori, l’aggressività tra i gruppi, le migrazioni, nella seconda ipotesi, in merito al ridimensionamento, avviene il riassetto interno attraverso rivoluzioni, cambiamenti radicali che creano interruzioni, rotture e differenze.

Facendo un’esemplificazione preliminare è necessario ricordare che le macrostrutture associative sono un portato culturale che tende però al suo interno ad organizzarsi, inconsapevolmente, utilizzando moduli comportamentali innati. Il grande gruppo globalizzato nei grandi centri urbani, che raccoglie gran parte della popolazione, non permette di per sè il mantenimento della coesione innata nel piccolo gruppo familiare o polifamiliare.

Si attua così una sorta di regressione in piccoli gruppi che recuperano al minimo l’autoprotettività in una chiusura relazionale, mantenendo rapporti prevalentemente formali e funzionali con altri gruppi anche contigui. Basti pensare alle differenze tra le relazioni intersoggettive che si hanno in un piccolo agglomerato abitativo in campagna, anche se non più legato ad una economia agricola, con le relazioni che si hanno in un macrocondominio cittadino, dove le persone restano estranee e tendono a cercare di trovare luoghi e occasioni di aggregazione diverse in cui spesso la vicinanza relazionale rimane limitata, basti pensare alle palestre, ai circoli ai bar e quant’altro. A questo livello di organizzazione relazionale si affianca parallelamente una organizzazione funzionale del macrogruppo che segue però quasi sempre schemi semplici, riduttivi e scarsamente identificanti. Si realizzano strutture sociali che non hanno un preciso paragone antropologico, ma soltanto una base biologica estremamente arcaica.

Al macrogruppo umano sono contrapponibili in natura solo le “mandrie” di erbivori, i gruppi occasionali di alcuni uccelli e, su un piano estremamente diverso, gli “insetti sociali” in cui il macrogruppo coincide con “l’individualità” perché biologicamente equivale a un “superorganismo”.

Il piano della psicologia individuale e relazionale è legato a un aumento delle competenze competitive e aggressive a scapito di quelle di condivisione e cooperazione e alla ricerca sempre di identità in un gruppo che assicura appunto, identità, riconoscimento e sopravvivenza.

Le macrostrutture statali tendono a perdere la coesione nella complessità delle differenze, la dialettica interna si semplifica e il grande gruppo si fraziona in gruppi più piccoli che mantengono una coesione interna, che possa evolvere, o verso un equilibrio federativo, o verso migrazioni o espulsioni, ideologicamente motivate da scelte regressive nazionalistiche, più o meno razzistiche. Un esempio nella storia recente è dato dall’emergere della struttura ideologico-organizzativa dei “populismi”, che inducono e propongono soluzioni semplificanti, regressive anche se difensive e che evolvono verso una soluzione autoritaria. In questo processo “rivoluzionario” i legami sociali assumono le caratteristiche tipiche della “folla” che è un macro-gruppo in cui vigono le regole motivazionali di omologazione, appartenenza, mimesi, affidamento individuale concentrato in leader che eccellono nella motivazione di “rango”.

I legami intersoggettivi nella folla sono assimilabili a quelli del comportamento dello “sciame” in cui il legame è quasi esclusivamente mimetico. Per l’uomo tutto ciò porta, sul piano cognitivo, all’attenuarsi di forme di pensiero più evoluto, come il pensiero critico, a vantaggio del pensiero veloce intuitivo, acritico, operatorio. L’individualità relazionale, con l’accentuarsi di comportamenti mimetici sul piano della spontaneità naturale e ideologica, sul piano culturale, cede alla dipendenza.

In queste situazioni s’innescano meccanismi “decostruttivi” che possono riportare ipoteticamente a un equilibrio, attraverso però processi distruttivi di massa, che appaiono sia nelle cause del processo, sia nelle conseguenze, come gli elementi che hanno costituito nel “medioevo” le principali paure dell’uomo, espresse dalla giaculatoria: “a peste a fame a bello libera nos domine”.

Meccanismi questi molto arcaici legati naturalmente allo squilibrio tra necessità di sopravvivenza e risorse possibili che si risolvono naturalmente solo o con l’aumento e la condivisione delle risorse o con la diminuzione degli individui. In definitiva se nella storia umana, costruita culturalmente, si perde il controllo “culturale”, si attivano meccanismi omeostatici naturali, ormai diventati impropri.

Se questo è il processo complesso e mutevole che ha portato alla realizzazione di tutti i livelli di comportamento e di organizzazione della moderna e attuale società globalizzata resta da domandarci:

– Quanti e quali di tali processi sono ancora evidenziabili nel tessuto relazionale e sociale oggi.

– Qual è lo stato di evoluzione o d’involuzione o regressione nella società moderna.

– Qual è oggi la dialettica tra cambiamenti evoluzionisti e cambiamenti culturali.

Prima di fare degli esempi il concetto fondamentale evidente è quello già espresso: l’organizzazione “naturale innata” sottende tutti i cambiamenti, anche quelli culturali, che ne continuano, nella storia dell’uomo, il processo.

Le “crisi” evolutive agiscono principalmente nella giunzione tra naturale e culturale.

Possiamo formulare una prima conclusione: nella nostra “modernità globalizzata” possiamo assistere al riemergere di schemi mentali arcaici nella loro espressione, mai scomparsi ma sopiti e mascherati, ma anche al cambiamento e alla scomparsa di schemi adattivi già consolidati.

Prima di procedere tentando delle esemplificazioni sulle domande sopraesposte credo sia necessario accennare ad una riflessione che normalmente è attribuita all’ambito della filosofia e della teologia, ma che in realtà ha anch’essa una base naturale fondata sull’organizzazione degli schemi innati già sopra parzialmente descritti: attaccamento/accudimento, condivisione, competizione e collaborazione, tendenza all’intersoggettività. L’argomento su cui riflettere è l’etica.

 

Origine e attualità del comportamento etico.

 

All’interno dell’annoso e sempre vivo dibattito tra natura e cultura il tema del “comportamento etico” è uno di quelli che attivano più passione polemica. Vale quindi la pena di cercare di capire che rapporto ha il comportamento “etico”, ipotetico dei nostri progenitori col nostro.
Si è discusso e si discute se l’etica ha una base innata, o sia appresa, cioè se ha un’origine filogenetica o ontogenetica.

A suo tempo Piaget ha aggiunto una terza ipotesi: il comportamento etico si costruisce con l’esperienza che porta a confermare in modo variabile e complementare i modelli innati di competizione e condivisione, che costituiscono la tessitura della selezione evolutiva sia individuale sia di gruppo.
Recentemente ho letto una metafora significativa: “siamo al 90% scimpanzé e al 10 % api”.

Siamo cioè naturalmente portati a essere individualisti e contemporaneamente tendenti a fare gruppo. Metafora, questa, che si riferisce alla complessità strutturale del comportamento che è quello che si definisce “etico”, anche se nella nostra cultura il termine si è eccessivamente arricchito di “regole” solo parzialmente utili e che la nostra insicurezza deresponsabilizzante porta a far vivere come assolute.

Possiamo pensare che il comportamento di Sapiens fosse più vicino a quello degli scimpanzé, che peraltro mostrano emozioni, rapporti empatici e solidali, mentre il nostro è una commistione dei due tipi diversi di espressione comportamentale. Cioè nelle nostre valutazioni “etiche” prevalgono le relazioni interpersonali, ma in condizioni particolari, i rapporti intersoggettivi si distanziano, perdono contatto e ognuno vive la sua soggettività non nel rapporto diretto ma nell’assorbimento identificante nella psicologia del “branco”, seguendo una precisa motivazione filogenetica, nella gratificazione rassicurante di appartenere ad un gruppo.

Il giudizio, le motivazioni ad agire, sono delegate ad altri e in particolari a chi assume il ruolo di guida, siamo così  portati a giustificare come giusto e quindi etico tale comportamento, anche se legato ad un pensiero semplificato e non sufficientemente critico.

Culturalmente la libertà di essere individui, come quella di appartenere a un gruppo, assicura un’“etica” solo in rapporto alla possibilità di mettersi in discussione, nella consapevolezza di distinguere tra giudizio e pregiudizio.

Solo questa consapevolezza può giustificare il concetto di “libero arbitrio” che ci è tanto caro, ma come aspirazione, perché ogni comportamento umano è “condizionato”dall’origine profonda psicobiologica.

Il comportamento di Homo Sapiens, in particolare elaborato dalla cultura, può spaziare da un egocentrismo assoluto all’annullamento della soggettività nel “branco”. La capacità nell’acquisire un onesto pensiero critico rende possibile collocarsi in un punto o in un altro di questo spettro di possibilità.

Questa variazione può essere determinata dal numero dei componenti il gruppo di convivenza, e/o dalla   diversa sensibilità acquisita nel costruire modelli culturali che, se non seguono uno schema di pensiero critico, possono irrigidirsi in una fissità “astratta” e “integralista”.
Ricordo ancora che il gruppo antropologicamente originario era limitato nel numero dei membri, oscillante da un nucleo poli-familiare che rimaneva coeso fino a cento componenti circa.

Simile a una banda di primati come gli scimpanzé.  L’aumento del numero porta a frazionare e a incrementare il comportamento “sciame o mandria”. Dal punto di vista della dinamica evoluzionista nello sciame come nella “folla” prevale la selezione di gruppo sulla selezione individuale, anche se i mutamenti evolutivi e trasmissibili avvengono nell’individuo.
Tutto ciò segue sempre uno schema “naturale”, ma che è sempre modulato da un’elaborazione “culturale” che trova nell’uomo il suo massimo sviluppo. Questa realtà però non permette di fare una differenza di valore sul piano etico. Sia la natura sia la cultura hanno contenuti e aspetti virtuosi e dannosi, risultati regressivi e progressivi.
La vera originalità dell’uomo è la capacità di “relativizzare nella consapevolezza” per “giudicare criticamente”, ed è in questa possibilità che l’etica è un fatto umano nella sua pienezza, pienezza che comprende libertà e responsabilità.
Riflettendo sulle possibilità di pilotare gli eventi noi possiamo agire solo con la nostra cultura, e arricchire l’empatia innata con il senso di “fratellanza”, la collaborazione innata con la condivisione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Individuazione dei cambiamenti.

 

Nel fare ancora degli esempi riproporrò i quattro livelli sopramenzionati:

1 ) La struttura e la dinamica del gruppo familiare.

– Cambiamento della struttura in rapporto alle variazioni ambientali e sociali attraverso dinamiche di decostruzione ricostruzione che portano ad assetti diversificati del rapporto tra persone ruolo e codici. Le relazioni all’interno del gruppo primario rimangono anche oggi organizzate attraverso ruoli diversi, riassunti principalmente nella dialettica tra “Codice Materno” e “Codice Paterno” che, nel trascorrere della storia effettiva non sono rimasti fissi ma sono stati costantemente modulati da stimoli ambientali e culturali divenuti usi e regole di gruppo.

Nel paleolitico il ruolo della donna-madre indusse le dinamiche di protezione e accudimento protettivo, nato dall’esperienza cosciente della maternità e della nascita che soddisfa l’istinto di conservazione della specie. Osservazione che poi verosimilmente si identifica con l’attivazione delle capacità dell’astrazione e della simbolizzazione: la madre viene divinizzata come creatrice di vita.

Le caratteristiche rimaste oggi nella società globalizzata sono le stesse ma in mezzo a processi di profonda trasformazione di cui non possiamo ancora valutare la consistenza. Questa trasformazione ha portato al progressivo ridursi della così detta famiglia nucleare, già di per sé trasformazione della famiglia allargata “patri/matriarcale”, con la conseguenza di diversificare la struttura familiare in tipologie diverse: dalla famiglia mono-genitoriale a quella allargata, con il disgregarsi e riassettarsi delle linee generazionali.

Tutto ciò si collega ad alcuni cambiamenti dei codici che a volte si invertono o si irrigidiscono perdendo la dialettica naturale di complementarietà.

Particolare è la crisi del codice paterno che da una parte può irrigidirsi nelle funzioni normative, fuggire nella rinuncia, o dall’altra, più frequentemente, nella “maternalizzazione”, che prepara una monogenitorialità efficace, non più legata al genere.

Se questo processo fosse confermato nel tempo, si avrebbe un modo “virtuoso” di regredire a schemi arcaici, schemi in cui i bambini erano accuditi da “un caregiver diretto”, indirettamente sorretto da uno secondario di supporto evolutivo, sullo sfondo di una “comunità” di accudimento.

Ancora oggi, nelle strutture di aggregazione naturale come le società tribali, o nei gruppi regressivi delle “periferie” del mondo, accade quanto descritto.

Quando, in queste comunità, il bambino arriva a un’età in cui ha acquisito un’autonomia parziale, viene accudito dal gruppo e si formano i legami di fratria individuanti, culminanti con i rituali di iniziazione.

Un fenomeno che si ripete come schema nei gruppi regressivi dell’emarginazione sociale, i quali sostituiscono il processo di cambiamento adolescenziale. L’adolescenza come la intendiamo noi è nella nostra società occidentale un fenomeno prevalentemente culturale anche se inizia con la pubertà che è un evento “biopsicologico”.   L’adolescenza ha sempre come effetto e conseguenza la caduta della “stabilità” e un riassetto della coppia genitoriale, che, nelle comunità tribali o emarginate, diviene disponibile per un’altra esperienza, di convivenza. Nell’uomo, sotto la spinta delle forze riproduttive, di vantaggio per la specie, la monogamia è strutturata prevalentemente sulla funzione di accudimento della prole, consolidata poi da un’elaborazione culturale, con l’estensione dell’attaccamento tra adulti. A questo riguardo è da ricordare una ricerca fatta molti anni fa negli Stati Uniti, finalizzata a reperire consanguinei per donare organi, ricerca fatta sui componenti di famiglie regolarmente strutturate e dalle relazioni stabili.

Tale ricerca evidenziò che il 40% dei fratelli non erano figli della coppia genitoriale. Sul piano freddamente evoluzionistico sembra che la ricerca di una variabilità genetica sia preferita alla stabilità, fenomeno questo già noto in biologia.

In passato tutto ciò aveva un significato evolutivo dettato dal realismo delle risorse.

Questo è un aspetto che ha perduto, oggi, il significato di autoregolazione delle nascite.

Il fenomeno che anni fa veniva definito come “crisi del settimo anno”, permane ancora oggi come possibile residuo nascosto della nostra naturalità, che inconsapevolmente ottiene lo scopo di facilitare la variabilità genetica, e la diversificazione psicologica dei bambini.

La monogamia stabile nell’uomo è un portato della cultura, che estende con l’attaccamento intersoggettivo e l’empatia, un modulo innato di un legame che naturalmente è “a termine”.

Sul piano “cognitivo” è da segnalare una variazione che si fa sempre più evidente, caratterizzata dal prevalere progressivo del “pensiero veloce” sul “ pensiero lento”.

Ciò ha come conseguenza l’attenuarsi dei processi riflessivi che si legano oggi a un pragmatismo funzionalista e utilitarista e a una de-storicizzazione progressiva. Specularmente sembra si abbia un incremento di un pensiero operatorio ma su base logico-astratta che genera modificazioni comportamentali le quali dalla virtualità possono passare alla realizzazione.

Questo fatto è intrinsecamente positivo come recupero dell’inventiva e della creatività, che richiede in ogni caso di essere convenientemente organizzato. Tutto questo può essere facilmente correlato alle modalità di funzionamento della complessità sociale globalizzata e alla cultura delle immagini le quali influenzano in modo sostanziale i soggetti in età evolutiva, che sono i soggetti che trasmettono tutti i cambiamenti positivi, ma anche regressivi, cambiamenti che col tempo possono incidere psicobiologicamente sull’organizzazione mentale di Homo Sapiens.

Non possiamo dire o sapere se questo sia un fenomeno “regressivo”, evidentemente, il pensiero veloce e pragmatico, assomiglia agli schemi di adattamento di Homo Sapiens nella savana dei primordi.
2) Le relazioni intersoggettive nel piccolo gruppo poli-familiare che corrispondono all’organizzazione delle     piccole comunità e in cui si evidenzia il prevalere di modelli conflittuali a scapito della condivisione              collaborativa
3) Le relazioni intergruppo fra i gruppi conspecifici, nelle quali prevale nettamente la distinzione        competitivo-aggressiva a scapito degli scambi sociali, confinati quasi allo scambio “commerciale”

di beni, o di attività “ludiche” rituali
4) L’organizzazione nei grandi gruppi e le relazioni fra grandi gruppi.

– I grandi gruppi nazionali o statali tendono:

– alla riorganizzazione

– alla disgregazione in sub- unità che si differenziano e tra le quali può agire la pseudospeciazione.

– all’induzione del fenomeno migratorio.

– alla coesione attraverso il prevalere del senso di appartenenza e la mimesi comportamentale

(e di pensiero), organizzandosi secondo le regole della “psicologia dello sciame” (massa, folla, leadership carismatica)

Se come abbiamo ripetutamente affermato, gli schemi psicologici e comportamentali che hanno caratterizzato la nostra evoluzione, sono ancora oggi fondamentali e in chiave con la naturalezza dei fatti evolutivi sono, per Homo sapiens, fonte sia di residui negativi, sia di potenzialità progressive.

Spesso i fenomeni negativi prevalgono nei cambiamenti indotti dalle “crisi” fino al prevalere nelle fasi di transizione verso il cambiamento, nel quale si consolidano le condizioni per la prevalenza dei processi positivi e di progresso.

Questo concetto esprime il fatto che “Homo Sapiens” è ancora in mezzo ai giochi dell’evoluzione, naturale e culturale che sia, e questi meccanismi sono costanti e sono ben rappresentati dalle già citate “motivazioni Innate” che sono gerarchicamente e neurologicamente organizzate e funzionanti attraverso un equilibrio di interazione reciproca.

Dopo aver fatto esempi di “regressione” riguardo all’organizzazione sociale, non possiamo al momento individuare gli schemi possibili di correzione, che non possono essere un ritorno alla naturalità, in quanto quest’ultima è un correttivo che riguarda solo la sopravvivenza prevalente della specie .

Dobbiamo cercare di individuare quali possono essere i residui evoluzionistici nel nostro comportamento, per provare a pensare verso quali equilibri futuri andremo e come potremo “culturalmente” modularli.

Per fare un paragone evoluzionistico tra i nostri progenitori e la nostra dimensione culturale attuale, rimanendo in un ambito etologico, è opportuno riferirsi alla psicologia e all’etologia comparata che ci possono orientare su quale poteva essere il comportamento e la psicologia dei nostri progenitori sapiens e presapiens,  caratteristiche che possiamo evidenziare anche nel nostro comportamento di Sapiens Sapiens ormai “moderni”.
Dall’osservazione etologia dei nostri cugini Scimpanzé e dei Bonobo è risultato evidente che questi presentano sentimenti molto umani come dolore , gioia, altruismo , condivisione, aggressività, inoltre mostrano di ricordare fatti ed eventi significativi. Hanno in certo senso di giustizia e un’organizzazione sociale di gruppo, allargato patriarcale gli scimpanzé, e matriarcale i Bonobo, con forti legami di attaccamento nel rapporto madre e figlio. Entrano in conflitto tra bande diverse e concorrenti per il territorio di caccia attraverso il gioco della pseudospeciazione, con più aggressività gli scimpanzé che i bonobo.

Sono capaci di provare empatia e solidarietà, riconoscono la morte di “congiunti”, manifestando anche un dolore ritualizzato, sia nel dolore individuale che nel trattamento del deceduto. Oltre a tutto manifestano un senso estetico di fronte a stimoli naturali come un tramonto o fiori colorati. Sono capaci “giocare” individualmente e in gruppo e non solo da cuccioli. Comportamenti di questo tipo sono stati evidenziati anche nei gorilla con la variante che il loro gruppo è più ristretto, ma anche negli Orango che vivono solitari e formano temporaneamente una coppia riproduttiva.
Primati meno evoluti’ come i babbuini, si organizzano in bande caratterizzate da un gruppo allargato e rigidamente gerarchizzato.
Riguardo ai rapporti intersoggettivi, molti studiosi pensano che i nostri antenati preistorici, in sintonia con quanto accade oggi tra i Bonobo, avevano una particolare considerazione per le donne come portatrici di vita e nucleo di stabilità del gruppo, che oltre a generare “educavano” all’autonomia i cuccioli e trasmettevano e conservavano le tradizioni del gruppo.
Noi, come i progenitori, ci riuniamo in gruppo, perché il gruppo fa la forza, permette di giocare per allenarsi a competere e collaborare. Come i nostri antenati, oltre le regole culturali, non siamo monofamiliari e i maschi “tradiscono” più delle femmine, considerando però che il tradimento è un concetto etico quindi culturale e non una norma naturale, perché in natura è utile il rimescolamento genetico che assicura i cambiamenti evolutivi anche se non sempre progressivi e positivi.

Un aspetto particolare che resta da completare, oltre a ciò che è già stato detto, è quello della stabilità e del cambiamento all’interno dei rapporti di genere.

Sul piano della cultura, la socialità dell’uomo ha elaborato pensieri che si traducono in comportamenti che derogano alle determinanti naturali iscritte nel nostro cervello, in modo innato e selezionatesi nella filogenesi. Comportamenti stabiliti e trasmessi come moduli utili alla vita individuale e di gruppo.

Tali schemi possono essere modificati nella loro espressione dagli effetti delle relazioni e degli avvenimenti dell’ontogenesi. Tali modificazioni sono possibili nell’organizzazione gerarchica che regola gli schemi motivazionali innati e la pressione ontogenetica che funziona sempre come stimolo all’adattamento al contesto naturale e sociale. Tutto ciò può agire modificandone l’espressione, cambiandone la fase è l’intensità, bloccando o addirittura invertendo il processo evolutivo.
Questo è uno dei meccanismi che funziona come adeguamento evolutivo ed è anche una causa dell’inadeguamento delle strutture psichiche e comportamentali di homo sapiens oggi.

La perdita di sintonia tra natura e cultura può avvenire quindi sia perché gli schemi naturali innati non sono più utili o adeguati, e quindi può essere fonte di disagio e patologia, ma anche perché la loro espressione si può modificare, caso questo che rende gli schemi innati ancora funzionanti ma che richiedono un adeguamento adattivo su un altro livello per rimanere in un equilibrio sociale e relazionale virtuoso e progressivo.

Questo squilibrio tra filogenesi e ontogenesi investe in un modo importante i rapporti di genere.
La nostra società è orientata virtuosamente a stabilire, ad esempio, la sostanziale parità e uguaglianza di doveri e diritti di tutti gli uomini indipendentemente da sesso, condizione ed etnia. Questo fatto fa parte delle conquiste evolutive della cultura di homo sapiens che vengono trasmesse attraverso l’ontogenesi, nelle relazioni sociali. L’educazione che si stabilizza in norme “etiche” e che si esprime in usi, costumi e leggi che li rendono tratti stabili di un comportamento. Ciò è possibile perché nelle nostre macrostrutture relazionali vengono recuperati quei moduli naturali innati che la filogenesi ha fissato nel piccolo gruppo originario.
La natura però struttura moduli innati diversi nell’organizzazione e funzionamento della mente tra uomini e donne, tra i quali esiste una diversità virtuosa in quanto si esprime nella complementarietà reciproca nelle relazioni, complementarietà che ne realizza l’effetto e lo scopo. Tutto ciò può portare però a un fatto da considerare: la perdita di complementarietà è generalmente innocente, ma può ipoteticamente portare a modificare quegli effetti che dipendono dalla complementarietà e dalla diversità che si sono selezionate nel camino evolutivo. Ciò significa che, se i cambiamenti assumono un carattere “maladattivo”, possono rendersi necessarie della correzioni compensatorie allo squilibrio. Un esempio significativo può essere quello di pensare alla disarmonia tra i codici genitoriali naturalmente diversificati in codice Materno e Paterno, di cui abbiamo già in parte trattato e che sono tra quei caratteri filogeneticamente condizionati. Esistono però altre differenze la cui diversità complementare può essere più facilmente corretta e relativizzata anche con interventi apportabili sul piano dei meccanismi dello sviluppo ontogenetico.

A questo gruppo appartengono, ad esempio, certe differenze sul piano cognitivo, che sono di solito semplificate e ridotte a livello discorsivo nell’affermare che le donne sono più comunicative, più empatiche e intuitive degli uomini, i quali invece mostrano maggiori competenze analitiche, ciò porta anche a predisposizioni professionali diverse, che sono però sempre modulate dall’assetto “culturale”. Ovviamente ciò è solo un esempio della complessità delle differenze. Che sono in rapporto evolutivo di complementarietà tra i generi.

Ora un’ultima domanda: L’evoluzione continua, dove ci sta portando?

 

Abbiamo visto succintamente le tappe dell’evoluzione che hanno portato alla comparsa di Homo Sapiens, abbiamo fatto delle considerazioni sulle differenze tra le origini e l’attualità nella modernità, sia dal punto di vista dell’organizzazione sociale, sia, brevemente, su comportamenti individuali della nostra cultura che ancora è di Homo Sapiens. Resta da chiedersi se i processi evolutivi attraverso i quali, sul filum dei primati cacciatori-raccoglitori, siamo arrivati alla nostra specificità, si sono arrestati o continuano ancora.

Ricordando che tali processi si realizzano attraverso mutazioni genetiche spontanee e casuali, che portano a cambiamenti dell’assetto genetico, sottoposti ad una selezione naturale in rapporto a processi adattivi legati anch’essi al caso, si tratta di valutare quanto e come questo equilibrio dinamico sia ancora attivo.

Quindi quale sarà il nostro destino evolutivo.

Facendo astrazione da tutte le ipotesi fantascientifiche cerchiamo di riflettere sui dati a nostra disposizione, tenuto conto che le variazioni genetiche spontanee caratterizzano ancora la biologia umana. Le variazioni che per prime hanno tratto l’attenzione e per questo sono state ricercate, sono quelle correlate a stati patologici. Ricerche che continuano ad avere uno sviluppo notevole con enormi risultati in medicina, hanno portato ad evidenziare stati correggibili, predisposizioni di cui possiamo controllare l’espressione e, più recentemente, alla sintesi di farmaci correttivi. In certi casi, ancora rari, arriviamo alla possibilità di “innesti” di geni corretti. Non siamo ancora in grado di apprezzare eventuali cambiamenti positivi che abbiano quella stabilità  evolutiva trasmissibile, e che coinvolgano le espressioni psicologiche e comportamentali.

La comparazione possibile tra le caratteristiche genomiche attuali con quelle del passato, dimostra la scomparsa di alcune sequenze geniche e la comparsa di mutamenti diversi, senza che ciò sia chiaramente riferibile a effetti fenomenici. Ricordiamo ancora che i processi evolutivi si collocano e si generano nella relazione tra organismo e ambiente, che per l’uomo, non è solo ambiente naturale ma anche culturale. Con la scoperta poi dei meccanismi di variabilità “metagenetica” l’attenzione si è orientata molto sull’effetto della cultura nei rapporti tra uomini e tra questi e la natura, nella reciprocità di una interazione mutagena.

Tutto ciò giustifica il fatto che il nostro tempo della modernità globalizzata può connotarsi come l’inizio di una nuova era: “l’Antropocene”, che è un termine coniato negli anni ottanta dal biologo Eugene Stoermer che poi fu adottato dal premio Nobel per la chimica Paul Crutzen nel libro “Benvenuti nell’Antropocene”.

Il termine indica l’era geologica (più precisamente epoca geologica) attuale nella quale all’uomo e alle sue attività sono attribuite le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche, ma anche la possibilità di modificare e interferire sul patrimonio genetico.

La nostra “era” è caratterizzata dallo sviluppo progressivo della scienza e della tecnologia. La tecnologia e le conoscenze scientifiche hanno indubbiamente interrotto la naturalezza evolutiva introducendo mutamenti facilitati e facilitanti, molto più veloci di quelli naturalmente spontanei.

Le conoscenze scientifiche e tecnologiche evolvono poi in modo diverso dall’evoluzione naturale e inducono cambiamenti “radicali” nella cultura, nei comportamenti e nelle relazioni.

La comunicazione, lo scambio delle notizie è oggi quasi in tempo reale, e così la trasmissione delle emozioni. Notizie, immagini ed emozioni si impaludano in un vissuto di un presente virtuale ripetitivo e quindi di fatto immobile. Questi eventi stanno mutando lentamente, ma radicalmente, la struttura del cervello con l’aumento delle connessioni interneuroniche come mimesi delle connessioni comunicative della globalità di internet.

Su questa similitudine è stato introdotto il termine di “connettoma” per indicare il mutamento dell’assetto delle reti neurali del nostro cervello. Tutto ciò farebbe pensare alla possibilità di realizzazioni di “magnifiche sorti progressive”.

 

Così, mezzo secolo fa, Garaudy azzardò la previsione che l’uso esteso dei computer avrebbe determinato il fatto che le macchine avrebbero sostituito l’uomo in gran parte del lavoro, e avrebbe portato il vantaggio di avere tutti più tempo disponibile da dedicare alla ricerca ed alle attività creative . Evidentemente fu cattivo profeta. E’ innegabile però, progressi e vantaggi ci sono stati e continuano a esserci, ma si sono associati ad un incremento delle disparità  nella possibilità  di utilizzare le tecnologie virtuose in particolare quelle che potrebbero assicurare un benessere generalizzato.

Perché solo una parte non maggioritaria dell’umanità riesce a goderne i frutti, in modo sufficiente e dignitoso per difficoltà di accesso, ma principalmente perché bloccata in una situazione di esistenza regressiva e di mancanza di risorse essenziali. E’ un fenomeno questo che mantiene attivo, nonostante i risultati raggiunti, il meccanismo di “selezione naturale” con cui siamo evoluti, ma con una differenza sostanziale, che la selezione è oggi “culturalmente indotta”.

E’ questo un fenomeno “perverso” che fa sì che la scienza e la tecnologia utilizzino gran parte delle risorse planetarie possibili per perfezionare strumenti la cui ricaduta è prevalentemente “distruttiva”.

Ipotizzando però, un futuro possibile ottimistico, osserviamo già alcune caratterizzazioni nelle prime fasi di una trasformazione antropologica che possiamo definire “dell’uomo digitale”, frutto di un vero e proprio meccanismo di “ibridazione” uomo-macchina.

Una trasformazione radicale resa possibile dalle immense potenzialità che lo sviluppo tecnico-scientifico, sia in positivo ma anche in negativo, ha modificato la nostra vita così come la struttura

biologico-esistenziale dell’uomo stesso.

Perché questa evoluzione possa essere progressiva è assolutamente necessario riattivare la dimensione “culturale”, come unica possibilità di ritrovare un senso vero di “Homo Sapiens Sapiens”, dimensione che si riassume nella capacità di capire e prevedere responsabilmente le conseguenza dei propri comportamenti individuali e collettivi, ridare dignità e forza alla “condivisione”, in rapporto alla “competizione” e, possibilmente, evitare la “sesta estinzione”, conseguenza finale della nostra incontrollata presenza su questo pianeta.

Commenti

commenti

No Comments

Post A Comment